Informazioni di Base

Origini e definizione di PNEI

La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI) nasce circa trent' anni fa come convergenza di discipline scientifiche diverse quali le scienze comportamentali, le neuroscienze, l'endocrinologia e l'immunologia. 
Nel 1981 venne pubblicata la prima edizione di Psychoneuroimmunology a cura di Robert Ader, PhD in Psicologia alla Cornell University, dal 1968 professore di Psichiatria e Psicologia alla University of Rochester School of Medicine and Dentistry.
La base della disciplina consiste nello studio delle interazioni reciproche tra attività mentale, comportamento, sistema nervoso, sistema endocrino e reattività immunitaria. In particolare, l'obiettivo primario della PNEI è lo studio riunificato di sistemi psico-fisiologici che sono stati analizzati da almeno 200 anni in maniera separata e autonoma.
La PNEI di per sè non pone più attenzione alla mente rispetto al corpo o viceversa, ma utilizzando i principi propri dell'epistemologia empirica del metodo scientifico si sforza di chiarificare quelle connessioni che rendono sistema nervoso, mente, immunità e regolazione ormonale un unico e complesso sistema di controllo omeostatico dell'individuo.
Come sostiene Ader nella Prefazione alla IV edizione di Psychoneuroimmunology, Elsevier Academic Press 2007, i confini tra le varie discipline hanno principalmente motivi storico-politici che possono condurre ad una frammentazione del sapere scientifico. Werner K. Heisenberg (1901-1976) sosteneva che i fenomeni da noi osservati non sono la natura stessa, ma la natura esposta al nostro approccio e metodo investigativo. In altre parole, il metodo con cui il ricercatore approccia la natura (ossia il fenomeno naturale) condiziona in un certo qualmodo i risultati stessi dell'indagine.
La parcellizzazione dei campi d'indagine ha condotto ad una visione spesso unilaterale delle ricerche scientifiche, con obiettivi iperfocalizzati su una specifica dinamica biomolecolare, sostenuta ed enfatizzata da ingenti contributi economici (che rischiano di aggiungere ulteriore parzialità agli esiti della ricerca). Di conseguenza, oggi ci troviamo di fronte ad una mole immensa di pubblicazioni scientifiche il cui peso specifico è tutt'altro che chiaro.   

Cenni storici

Se guardiamo la storia dell'umanità ci accorgiamo che la scienza, intesa come ricerca del sapere, della conoscenza empirica, di come avvengono le cose, è antica quanto l'umanità stessa. La matematica ha svolto da sempre un ruolo fondamentale poichè la ricerca scientifica si basa sull'intuizione di fondo che le leggi della natura seguono algoritmi matematici. Ogni cosa sembra seguire delle leggi. Attribuiamo al caso i fenomeni di cui ancora non conosciamo le leggi, dicevano gli egizi. Un passaggio fondamentale nel processo di sviluppo del pensiero scientifico si è avuto nel XVII secolo con Renè Descartes (Cartesio, 1596-1650) dove l'applicazione matematica alla natura diventa tangibile nell'elaborazione degli assi cartesiani. Il successivo studio di funzioni matematiche sempre più complesse ha portato allo sviluppo di modelli più aderenti alle dinamiche naturali in campo fisico, chimico, biologico, ma anche psicosociale ed economico, seppur forse lasciando aperte maggiori problematiche metodologiche. La PNEI si inserisce oggi in un quadro estremamente ricco di acquisizioni scientifiche che hanno radici remote anche se generalmente si fanno risalire agli studi di Walter Bradford Cannon (1871-1945), fisiologo e psicologo americano della Harvard University. Egli riprese il concetto di milieu interieur (ossia di ambiente organico interno) elaborato da Claude Bernard (1813-1878), fisiologo francese, sviluppandolo e approfondendolo. La sua caratteristica essenziale consiste nell'essere mezzo omeostatico, cioè di mantenimento di un costante equilibrio per la vita. Cannon fece ricerche sulle reazioni degli animali sottoposti ad eventi critici, studiando in modo particolare i risvolti emotivi di tali situazioni: fight or flight (combattere o fuggire) era il motto che riassumeva l'atteggiamento psichico rilevato in situazioni sperimentali stressanti. Studiò anche le modificazioni fisiologiche degli animali in condizione di fight or flight, sviluppando una teoria (teoria talamica) che metteva al centro il vissuto emotivo dell'animale, in opposizione alla teoria di James e Lange
Gli studi sullo stress furono notevolmente sviluppati da Hans Hugo Bruno Selye (1907-1982), endocrinologo di origine ungherese, considerato il padre dello stress. Spetta a lui la divisione fondamentale in distress (stress negativo) ed eustress (stress positivo) in base alle risposte fisiopatologiche degli organismi viventi a seconda del grado d'intensità dello stressor applicato.
Gli studi di Cannon e Selye hanno avuto certamente un impatto notevole sulla genesi della PNEI ma bisogna precisare che i modelli sperimentali di stress utilizzati erano in genere particolarmente cruenti, abbastanza lontani dal concetto quotidiano che abbiamo di stress (spesso inteso come logorio psichico). In particolare Selye dimostrò l'ipertrofia delle ghiandole surrenaliche nei ratti sottoposti a trattamenti estremamente duri (scariche elettriche, freddo, calore, annegamento, ecc...) come risposta di attivazione massiva dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Nei suoi laboratori in un anno furono sacrificati più di 150000 ratti. Nel 1936 pubblicò su Nature l'articolo in cui dimostrò come diversi agenti nocivi (stressor) inducessero sia ipertrofia surrenalica che atrofia del timo. Tale modificazione fisiopatologica prese il nome di sindrome generale di adattamento e comprendeva anche una maggior incidenza di ulcere gastriche.

Sviluppi seguenti

Come già accennato, una visione realistica della PNEI attualmente ci pone di fronte a diverse correnti di pensiero se non addiruttura a dottrine con impalcature fisosofico-scientifiche abbastanza differenti.
Se da un punto di vista meramente scientifico la PNEI è nata per fare sintesi delle tante ricerche che si sono svolte in maniera indipendente su immunità, psiche, neurochimica, biochimica umana ed endocrinologia, dall'altro lato si può intuire che ogni sintesi di tal tipo risentirà delle concezioni fondamentali alla base del fenomeno uomo.
Inoltre le rispettive discipline (psicologia-neurologia-endocrinologia-immunologia) con tutti i rispettivi sottinsiemi d'indagine (ognuna di tali discipline può essere indagata sotto molteplici punti di vista, fra cui: fisiologico, clinico, intercellulare, intracellulare, genetico, proteomico, trascrittomico, metabolomico, ecc...) hanno avuto e hanno tutt'ora uno sviluppo abbastanza disomogeneo. In altre parole, le varie discipline si sono evolute non alla stessa velocità e con implicazioni molto differenti.
Ad esempio: se nel campo dell'endocrinologia la scoperta dell'insulina nel 1921 da parte di Frederick Grant Banting (1891-1941) e Charles Herbert Best (1899-1978) ha permesso il trattamento del diabete mellito insulino-dipendente, nel campo della psicopatologia siamo ancora alquanto lontani da una terapia capace di risolvere i comuni disturbi psichiatrici (depressione, ansia, mania, ecc...). Questo, ben lungi dallo scoraggiarci, mostra come la complessità sia differente di grado e qualità a seconda che ci muoviamo sul continuum psiconeuroendocrinoimmunologico in un senso o in un altro.
Le neuroscienze, per quanto si stiano evolvendo rapidamente grazie a tecniche sempre più raffinate, capaci di mostrarci un quadro funzionale in tempo reale dell'attivazione cerebrale (fRMI, PET, SPECT, magnetoencefalografia, spettrografia ad infrarossi, ecc...), sono tuttora in una fase embrionale per quanto concerne l'effettiva comprensione dei processi mentali. I rischi che può correre l'approccio PNEI sono fondamentalmente due: da un lato la focalizzazione riduzionista sul versante biologico (la mente prodotto del corpo), dall'altro lo scadimento in una sorta di psicobiologia quasi esoterica imperniata sui grossi contributi delle filosofie orientali (yinyang, teorie dei meridiani, dei 5 elementi, punti energetici, ecc... comprese pratiche trascendentali, di meditazione e di autocoscienza). Nel primo caso il rischio è la negazione della mente come realtà che agisce e opera sul corpo (e allora sarebbe più giusto parlare di neuroimmunoendocrinologia); nel secondo caso il rischio è la negazione del corpo come realtà dotata di meccanismi e proprietà chimico-fisiche autonome che possono anche prescindere dalla mente. Nelle derive biofilosofiche diventa anche molto difficile, se non impossibile, applicare l'epistemologia propria delle scienze naturali poichè si genera un sincretismo di concetti fisici e metafisici.   
 

PNEI: tra biologismo e psichismo

Lo sviluppo della PNEI è complesso e articolato, ma anche estremamente affascinante, soprattutto se saprà tenere in giusto conto i diversi gradi di conoscenza a cui le varie discipline sono arrivate. Se ciò non avverrà il rischio è inevitabilmente una polarizzazione su uno sviluppo biologistico (il corpo-cervello, la materia, spiega tutti i fenomeni mentali) o psichistico (l'io, la mente, spiega tutta la realtà nella sua totalità).
Il primo paradigma, quello biologista, si riassume nella posizione di Thomas Henry Huxley (1825-1895), famoso biologo inglese, amico di Charles Darwin (1809-1882). Per Huxley la mente e il cervello stanno tra loro come il fischio del treno e la locomotiva; la mente non è altro che epifenomeno di processi organici che hanno sede nel cervello. Tale posizione è stata capillarmente divulgata e sostenuta dalle correnti filosofiche positiviste. Questo ha fatto sì che tale impostazione sia stata anche storicamente alla base di discipline con forte considerazione dei fattori mentali, prime fra tutte la psicanalisi. Alfred Ernest Jones (1879-1958), neurologo e psicanalista britannico, affermava "io non credo che la mente esista davvero come entità, un'affermazione forse sorprendente in bocca ad uno psicologo. Quando parliamo dell'influenza della mente sul corpo o di quella del corpo sulla mente, non facciamo che abbreviare e semplificare per comodità una frase più complessa".
La complessità è sicuramente presente; tuttavia, anche in poche righe, è possibile asserire che un fattore "mente", inteso come forma essenziale dell'essere vivente, capace di influire sul corpo in maniera diretta esiste ed è reale. La mente così definita ci riporta al concetto aristotelico di anima, su cui torneremo. Qui ci basta precisare che affinchè qualcosa agisca su qualcos'altro (in questo caso la mente sul corpo) è necessaria l'esistenza individuale dei due fattori. Il fischio del treno, riprendendo la metafora precedente, è semplice prodotto della locomotiva e non può nulla su di essa; se la mente fosse un semplice prodotto del corpo non potrebbe agire a modificare il corpo stesso direttamente.
Dall'altro lato è presente il rischio di operare una sintesi riduttiva basata sull'esaltazione della mente, dei fattori psicologici. Soprattutto oggi, con un'evoluzione tecnologica in rapido accrescimento e una notevole enfatizzazione del progresso scientifico, si rischia di incappare in forti delusioni quando ci sentiamo dire che il nostro problema di salute non può essere curato. Il pensiero di ricorrere a tutto pur di risolvere un dato problema è di per sè umano. 
La medicina olistica, in cui spesso viene inquadrata anche la PNEI, cerca di venire incontro ai disturbi dei pazienti considerando anche i bisogni spirituali della persona, oltre che ad aprirsi ad aree di cura cosidette non convenzionali (omeopatia, omotossicologia, agopuntura, osteopatia, riflessologia, ecc... ma anche yoga, aromaterapia, cristalloterapia, dietoterapie specifiche, meditazione di vari orientamenti, ecc...). Se tutto ciò non ha nulla da eccepire in un rapporto di care giving tra un curante e un paziente, pone certamente grossi problemi nel campo dell'epistemologia scientifica. Quando parliamo di chakra, flussi energetici, corpo fisico e corpo sottile, meridiani, chi, yinyang, shen e molti altri concetti derivati dalle tradizioni orientali ci addentriamo in una serie di sistemi filosofici decisamente complessi, paragonabili alle tradizioni filosofiche e religiose occidentali. Cercare di estrapolare alcune pratiche a fini di ricerca per la salute individuale sarebbe come studiare l'efficacia della recita del rosario su un campione di pazienti; ciò implica però già in partenza delle differenze tra i pazienti che ci credono davvero e quelli che non ci credono. Molti di tali studi comunque sono già stati condotti, con esiti discordanti, come viene descritto nelle opere di Harold G. Koenig (1951-vivente), fra cui The link between Religion and Health - Psychoneuroimmunology and the Faith Factor, Oxford University Press, 2002.
Altro elemento problematico delle tradizioni religiose, sia occidentali che orientali, nel campo applicativo scientifico consiste nel fatto che le pratiche ad esse connesse possono sì tendere a riportare l'individuo in un rapporto di armonia con se stesso, con Dio e con la natura, ma non è detto che tale armonia coincida con il benessere così come lo intendiamo comunemente (salute, vigore, produttività, bellezza, elevate prestazioni psico-fisiche, ecc...). Anzi, tali pratiche, comprese quelle orientali buddhiste, induiste, jainiste, ma anche taoiste (cinesi) e shintoiste (giapponesi), sono caratterizzate da percorsi di liberazione dai vincoli materiali. L'eventuale salute, il benessere psico-fisico, non è l'obiettivo primario; l'obiettivo primario è il disinteresse per la salute o la malattia. Ciò apre ovviamente a straordinarie e ricchissime prospettive filosofico-teoretiche ma la conversione in tecniche applicabili alla ricerca scientifica pone i medesimi problemi delle pratiche ascetiche ebraico-cristiane, islamiche, ecc...