Il realismo filosofico come mediatore del dialogo tra psicologia e fede

La tesina che segue è tratta da un elaborato del dr. Stefano Mancini scritto nell'ambito del Master in Scienza e Fede istituito dall' Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.



1. IL PROBLEMA DELLA NASCITA DELLA PSICOLOGIA

1.1 Breve storia della psicologia antica in Occidente

 

         Nella storia dello sviluppo scientifico la nascita della psicologia costituisce ancora oggi un problema di non facile soluzione. Etimologicamente il termine psicologia deriva da due parole greche: psyché (ψυχή) = anima e logos (λόγος) = parola. La psicologia dunque, secondo le prime concettualizzazioni del pensiero greco espresse in Socrate e Platone[1], parla dell’anima dell’uomo, della sua immortalità, purezza e perfezione rispetto al corpo (σμα), al mondo sensibile, materiale e corruttibile.

 

Con l’avvento del Cristianesimo, il dualismo platonico è andato verso un progressivo indebolimento: il mistero dell’Incarnazione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo riguardava la salvezza dell’uomo nella sua interezza; infatti ‹‹Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?›› (1 Cor 15,12). La risurrezione diventava un evento della carne[2]. e il corpo non più l’incrostazione dell’anima[3].

 

La massima espressione della sintesi filosofica capace di conciliare il dualismo anima-corpo si ebbe con San Tommaso d’Aquino il quale, ripercorrendo alla luce della Rivelazione il pensiero greco aristotelico, definì l’anima quale forma sostanziale del corpo, ossia l’anima spirituale è forma della materia.

 

[…] forma e materia, unite sostanzialmente, costituiscono il corpo vivente umano, l’unica sostanza personale dell’uomo e di quel “singolo” uomo, capace di operazioni vitali vegetative (metabolismo, accrescimento, riproduzione), senso-motorie ed intellettive[4].

 

Nel mondo medievale, in particolare per la scolastica, la mente stava alla base delle due facoltà principali dell’anima razionale: intelletto e volontà. Pur con diverse correnti e posizioni, tale visione dell’essere umano durò fino al XVII secolo, quando il razionalismo cartesiano riportò ad una netta separazione tra anima (res cogitans) e corpo (res extensa).

 

Nell’antropologia cartesiana l’anima non indica solo un principio spirituale, ma una vera e propria ‹‹sostanza pensante›› (res cogitans), creata direttamente da Dio indipendentemente dal corpo, e quindi sottratta al determinismo delle leggi naturali, cioè dotata di una volontà libera e immortale. Il corpo, che è invece una ‹‹sostanza puramente estesa›› (res extensa), paragonabile in tutto e per tutto ad una macchina (o automa), funzionante secondo le leggi della natura e quindi mortale. E’ questo il famoso dualismo cartesiano tra anima e corpo[5].

 

1.2. La nascita incompiuta della psicologia moderna: tra illuminismo e positivismo

 

Il successivo sviluppo post-cartesiano pare guidato da un progressivo sforzo razionalistico nel presunto tentativo di fondare la conoscenza umana sulla ragione e non più sul mito[6]. Nel campo della psicologia comincia ad imporsi la filosofia humiana della mente: ricondotta la ragione nei limiti dell’empirismo naturale ad opera di Locke, e vista con crescente scetticismo ogni possibilità di poter accedere alla conoscenza delle realtà ultraterrene, il termine mente (inglese mind) perde passo dopo passo la sua relazione con la realtà spirituale, in particolare con l’anima.

 

[…] col termine mind si intende, nel pensiero moderno ed in quello anglosassone in particolare, l’insieme degli stati e/o delle funzioni coscienti dell’uomo, in quanto contrapposto alla sostantificazione cartesiana della coscienza nei termini della res cogitans, di una ‹‹sostanza individuale pensante di natura immateriale››.[7]

 

Con Hume la psicologia subisce il primo esteso tentativo di venir ridotta alla semplice relazione tra le cosiddette funzioni superiori della psiche (memoria, intelligenza e volontà) e le loro basi logico-razionali, fisiche e materiali.[8] Nonostante l’influsso costruttivo di alcuni pensatori moderatamente razionalisti, per i quali il problema ontologico dell’uomo rimaneva un punto chiave della ricerca filosofica e psicologica[9], l’ evoluzione post-humiana della psicologia risentì notevolmente degli sviluppi in senso criticistico e idealistico della filosofia dell’epoca.

 

Con Kant ed Hegel, accomunati da un approccio razionalista radicale, si cercò di costruire una sintesi razionale unitaria di tutta la realtà. Sistematicamente, attraverso queste due grandi impostazioni filosofiche, il soggetto pensante per mezzo della propria ragione diventava la fonte della realtà stessa. Perso un reale riferimento alla dimensione del trascendente, da cui l’uomo avrebbe potuto attingere per integrare la propria ragione alla luce delle verità di fede, le cause di ogni evento cominciarono ad essere ricercate nell’immanente, nella natura, nei processi fisico-chimici e biologici.

 

Tale panorama filosofico si mostrò essere il terreno fertile per la fondazione del positivismo ad opera di A. Comte. La nascita delle scienze positive sembrò sancire la fine di ogni riferimento metafisico riducendo l’uomo a semplice osservatore di fatti. Tuttavia, coerentemente con il rigore razionalistico del filosofo francese, la psicologia non poteva essere inclusa nelle scienze positive in quanto, appunto, ‹‹non si può avere scienza se non di fatti››[10].

 

1.3. La nascita della psicologia moderna: tra idealismo e realismo

 

Se il successivo sviluppo delle correnti idealiste rischiava di inglobare nell’Io tutta la realtà, dall’altro lato il positivismo rischiava di sopprimere ogni significato dell’Io dato alla realtà, entrambe posizioni che rendevano difficile lo sviluppo della psicologia.

 

In tale contesto storico, una prima risposta in senso realista si ebbe con J. F. Herbart.[11] Secondo il filosofo tedesco, considerato da molti il padre della pedagogia scientifica, la realtà esiste indipendentemente dall’Io e di essa ne parlano sia le scienze esatte sia la metafisica; le prime hanno il compito di raccogliere i dati empirici, la seconda ha il compito, nel pensiero del filosofo, di rendere intelligibili i concetti che l’esperienza le impone. Secondo tale posizione realista la filosofia e le scienze non possono negare la metafisica. Secondo Herbart,

 

L’anima è un reale semplice e immutabile in relazione con altri reali; gli atti di autoconservazione dell’anima producono delle rappresentazioni che hanno intensità diverse, quantificabili matematicamente. Il grado di intensità di una rappresentazione che affiora alla coscienza costituisce così uno stato psichico che è matematicamente determinabile e quindi classificabile.[12]

 

Sulla base di questo terreno nacque la moderna psicologia sperimentale, ad opera di due ricercatori tedeschi: T. G. Fechner e W. M. Wundt. Il primo, all’inizio profondamente materialista, divenne uno dei più forti critici del fisicalismo materialista; egli fu il fondatore della psicofisica e le sue ricerche portarono alla enunciazione della legge di Weber-Fechner, per cui la sensazione è proporzionale al logaritmo dell’intensità dello stimolo (Elementi di psicofisica, 1860).

 

Per quanto riguarda Wundt, fondatore a Lipsia del primo laboratorio di psicologia sperimentale, i tratti della sua epistemologia possono essere colti nella seguente citazione riguardante la nascita della psicologia moderna:

 

Come mostra la carriera di Wundt, questa [la ‹‹nuova psicologia›› (nota dell’autore)] nacque dall’assunto che i metodi scientifici conducono ad una filosofia migliore, e non dal tentativo di anteporre la scienza alla filosofia come approccio alla mente. Le scienze naturali godettero di enorme prestigio durante l’Ottocento, in buona misura a spese della filosofia; tuttavia, in Germania, quanti coltivavano le scienze naturali avevano alle spalle studi filosofici e molti di loro perseguivano l’ideale dell’integrazione della conoscenza in una sintesi filosoficamente coerente. Questo fu sicuramente il caso di Wundt.[13]



[1] Cf. G. REALE, Storia della filosofia antica, Vita e pensiero, Milano 1975.

[2] Al riguardo si pensi già ai primi simboli o professioni di fede, ad es. H. DENZINGER, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, EDB, Bologna 2001, nn. 2-35.

[3] Cf. G. REALE – D. ANTISERI, Storia della filosofia, Vol. 1, Bompiani, Milano 2009, pp. 353-354.

[4]  G. TANZELLA-NITTI – A. STRUMIA, Dizionario interdisciplinare di scienza e fede, Vol. 1, Città Nuova Editrice, Roma 2002, p 929.

[5] G. TANZELLA-NITTI – A. STRUMIA, Dizionario interdisciplinare…, Vol. 2, p 1702.

[6] Cf. ad es. Denis Diderot in Archivum – Documenti della Storia della Chiesa, a cura di Natale Benazzi, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 2000, p 955-956. Scrive il filosofo francese: ‹‹Una religione vera… deve avere i caratteri dell’eternità, dell’universalità e dell’evidenza. Nessuna possiede questi tre caratteri. Dunque, tutte quante son dimostrate tre volte false››. E’ la pretesa della ragione umana di ergersi a regola e metro di tutto il reale; invece di adattarsi alla realtà, essa riduce la realtà ai suoi criteri e giudizi.  

[7] G. TANZELLA-NITTI – A. STRUMIA, Dizionario interdisciplinare…, Vol. 1, p 920-921.

[8] Cf. D. HUME, Trattato sulla natura umana, in HUME, Opere filosofiche,Laterza, Bari 2008. E’ interessante sottolineare come per Hume l’anima venga intesa come una corrente di fatti ed eventi psichici in continuo movimento, fluttuanti, aprendo la strada alla interpretazione dei vissuti personali, delle emozioni, dei desideri e degli atti di volontà quali riflessi interiori dei processi fisiologici in un parallelismo psico-fisico.

[9] Fra questi si colloca l’opera di Christian Wolff, in particolare nel nostro caso le opere Psychologia empirica (1732) e Psychologia rationalis (1734), in cui tratta, rispettivamente, delle manifestazioni dell’anima nel corpo (avvalendosi del metodo sperimentale) e del problema dell’anima umana in generale.

[10] Cf. A. COMTE, Corso di filosofia positiva, UTET, Torino 1979. Nel pensiero di Comte la psicologia non poteva essere vera scienza almeno per due aspetti: da un lato l’uomo si trovava ad essere sia osservatore che fenomeno osservato, escludendo ogni oggettività; dall’altro, la psicologia poteva essere comunque ridotta alla biologia o alla sociologia, essendo la psiche umana non una realtà dotata di libertà, ma strettamente dipendente da fattori organici o sociali.

[11] Si veda in proposito Il realismo di Johann Friedrich Herbart in G. REALE – D. ANTISERI, Storia della filosofia, Vol. 7, Bompiani, Milano 2010, pp. 479-486. Fra le opere di Herbart in questo ambito ricordiamo Psicologia come scienza del 1825.

  [12]  Cf. Enciclopedia Garzanti di filosofia, Garzanti Editore, Milano 1997, alla voce Herbart, Johann Friedrich, p. 494.

[13]  R. SMITH, Storia della psicologia, Il Mulino, Urbino 2004, p. 23.

31/01/2012
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